WI a Carlo Cinato: l’epilogo

…sta per finire :-) è stata più lunga lunga del previsto ed è stata anche impegnativa per Carlo. Forse all’inizio non se ne rendeva completamente conto. Ad essere franco neanche io, avete partecipato alla WebIntervista con domande acute e disarmanti, grazie a tutti. Di seguito l’ultima domanda per Carlo e la relativa risposta.

@Piero: come riesci a conciliare tutto? Cioè l’impegno del lavoro e anche lo scrivere non ti pesa?

Grazie Piero della semplice domanda, una domanda che ogni tanto è utile farsi per verificare se si sta spendendo il proprio tempo per qualche cosa che dà soddisfazione.
Comincio cercando di spiegare il motivo per cui spendo tanto tempo sul sito e attività correlate.
Il primo motivo, un po’ superficiale, è: perché mi piace. Non merita di essere approfondito ulteriormente, ritengo.
Andando un po’ più in profondità posso dire che lo faccio per imparare delle cose nuove, e cose che non conosco: io ho sempre studiato argomenti tecnici ma sono sempre stato anche attratto da argomenti artistici e letterari, quindi mi trovo ora nella per me piacevole situazione di potere studiare e applicarmi su argomenti che non ho mai visto dal lato professionale ma sempre solo dal lato del piacere e della soddisfazione personale, quindi argomenti non contaminati dal lucro.
Proseguendo un passo oltre, e arrivando alla ragione ultima, lo faccio per potere essere letto. A me piace scrivere, e penso che avere un sito di lingua e di altri argomenti letterari possa attirare persone che, chissà, potrebbero capitare sulle pagine dove pubblico i miei lavori e leggerli.
La tua domanda in realtà era: come concili il lavoro con lo scrivere.
Preparare la newsletter quotidianamente è un’attività che mi piace molto, specialmente perchè molti lettori mi inviano commenti, contributi, idee e stimoli, e anche chi non mi scrive normalmente magari mi ringrazia per il lavoro che svolgo, e tutto ciò è una grande soddisfazione. Però, devo ammettere, è un’attività che a volte mi pesa un po’, e in quei casi escono delle newsletter un po’ povere di contenuti, o addirittura mi prendo qualche settimana di riposo e ristampo i vecchi numeri. In questo periodo, ad esempio, tra le newsletter, il romanzo collettivo, il concorso e la webintervista di Andre (sia lodato Andre) fatico un po’ a stare dietro a tutti questi impegni, e l’attività che ne risente maggiormente è quella più soddisfacente: la scrittura e la pubblicazione di cose mie. Ma non me ne dispiaccio più di tanto: come ho detto prima penso che avere un buon sito, vivo e con persone che vi partecipano attivamente, mi permettano di essere letto, e quindi lo ritengo un buon investimento.
In definitiva, una buona parte del tempo che mi rimane al di fuori del lavoro la spendo lavorando sul sito e simili, e finché mi darà soddisfazione continuerò a farlo senza che mi sia di peso. Il problema eventualmente sorgerà quando non mi darà più piacere spendere tempo in tutto ciò, ma il bello di questi impegni senza vincoli è che si possono interrompere senza rimorsi.
Grazie per la domanda a Piero, e grazie a tutti i lettori per l’attenzione,
ciao,
Carlo

Parco di Venaria: inquinamento e troppe auto

schiuma alla Venaria Reale

schiuma alla Venaria Reale

Al parco di Venaria si va perché ci si vuole rilassare, respirare aria migliore. Avere un contatto con la natura, uscire dalla logica nevrastenica del traffico cittadino.

Invece…

La cosa bianca che si può notare sulla parte destra della foto è schiuma. Quella più genuina, quella derivata da tensioattivi che sono contenuti nei detersivi. Giustamente la gente si lava, lava i panni. Ma nel parco della Venaria Reale?

Non basta, sul fianco della residenza Reale un’auto, una Subaru 4 ruote motrici è sfrecciata in curva ad una velocità ben maggiore dei 15km/h prescritti. Capisco il guidatore che voleva mettere in mostra la sua bravura di guida nel controllare in curva una 4 ruote motrici, ma considerare che dei visitatori occupavano la sua strada (e anche delle biciclette poco oltre…)????

Ultima nota: il servizio GTT da Torino al Parco è letteralmente integrato nel parco stesso: la linea termina ben all’interno del confine del parco, direi proprio all’altezza del bar dietro la residenza reale. Bene, così il BUS (un 50 posti, VUOTO!!) con il suo motore diesel che fa zig zag in mezzo a persone a piedi, bambini in bicicletta per raggiungere il capolinea. Tutto questo succedeva all’ingresso del ponte verde…

In sostanza: schiuma nell’acqua, auto veloci, e bus inquinanti. Proprio un bel parco :-(

La prossima volta utilizzerò l’ingresso lato Druento, sperando sia meno trafficato di mezzi a motore…

W.I. a Carlo Cinato, terzo round: la risposta per Wladimir

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Wladimir
Gentile signor Cinato,
ho apprezzato molto i libri che ha consigliato, in particolar modo quello di Perec: lo conoscevo solo di fama e devo dire che per me è stata davvero una piacevole scoperta.
Vorrebbe forse soddisfare una mia curiosità? Se lei potesse costruire un mostro, un Frankestein scrittore, quali parti di quali scrittori vorrebbe assemblare per ottenere il miglior risultato?

 

Buongiorno Wladimir, chiedo perdono per averla fatta attendere ma la domanda era complessa e interessante, e ho avuto bisogno di pensare un po’ di tempo per trovare una risposta: non avevo mai pensato a scomporre gli autori in singole parti, li avevo sempre visti come un insieme omogeneo di caratteristiche non separabili. La conseguenza di questa premessa è che un autore realizzato montando caratteristiche estrapolate da altri scrittori sarebbe, appunto, un mostro, dove l’insieme non risulterebbe omogeneo ma discordante e non armonico.

Ma l’esercizio è interessante, quindi non mi tiro indietro. Ciò che è riportato di seguito fa riferimento alla scrittura in italiano, quindi con l’intervento del traduttore per gli autori stranieri, poiché io i libri prevalentemente li leggo in italiano. Tra le tante possibili suddivisioni in pezzi della letteratura ho scelto: i dialoghi, la pulizia di scrittura, le descrizioni, il coinvolgimento, le invenzioni, l’atmosfera, la punteggiatura, gli aggettivi e le parole. Per ogni argomento ho riportato un brano dell’autore che mi sembrava esemplificativo di ciò che intendo.

 

Dialoghi: Hemingway.

Senza dubbio Hemingway ha una capacità di costruire i dialoghi che pochi altri hanno. Non si tratta di dialoghi che si potrebbero ascoltare nella vita reale, così indefiniti e sghembi, nel senso che domanda e risposta non sono mai contrapposti, ma sono sempre un andare in un luogo diverso da quello che avrebbe voluto l’interlocutore. Eppure, sulla pagina, sono reali, suonano perfetti e, specialmente, sono più interessanti dei dialoghi reali.

Da “Colline come elefanti bianchi”.

Questa stava guardando lontano, attraverso le colline. Erano bianche nel sole e la campagna era arsa e bruciata.

- Sembrano degli elefanti bianchi, – essa disse.

- Non ne ho mai visti. – L’uomo bevve la sua birra.

- No. Non avresti potuto.

- Sì che avrei potuto, – disse l’uomo. – Il fatto che tu dica che non avrei potuto non significa niente.

La ragazza guardò la tenda di grani di bambù.

- Ci hanno scritto sopra qualcosa, disse, – che vuol dire?

- Anís del Toro. È una bibita.

- La proviamo?

- L’uomo gridò: – Senta, per favore, – attraverso la tenda. La donna uscì dal bar.

- Quattro reales.

- Desideriamo due Anís del Toro.

- Con acqua?

- Li vuoi con l’acqua?

- Non so, – rispose la ragazza. – Sono buoni con l’acqua?

- Buonissimi.

- Allora, li volete con l’acqua? – chiese la donna.

- Sì, con l’acqua.

- Sa di liquirizia, – disse la ragazza e posò il bicchiere.

- Tutto ha questo sapore.

- Sì, – disse la ragazza, – tutto sa di liquirizia. Specialmente tutto ciò che si è atteso tanto a lungo, come l’assenzio.

- Oh, piantala.

 

Pulizia di scrittura: Canetti

Non so neanche io bene cosa significhi questa categoria, ma la legherei alla scorrevolezza del testo, alla capacità dello scrittore di dare un ritmo alle frasi, alla sequenza dei pensieri. La scrittura di Canetti, pur non essendo facile né di contenuti semplici, risulta estremamente nitida e precisa.

Da “Auto da fé”.

Dentro, lo scuro, pesante colosso, era pieno fino al scoppiare di manoscritti e fuori era sovraccarico di libri. Spostando, sia pure con la massima cautela, uno qualunque dei cassetti, si provocava un sibilo acuto. Pur detestando il chiasso, Kien non aveva voluto togliere quel dispositivo al vecchissimo oggetto di famiglia perché la governante, qualora lui non fosse in casa, potesse avvertire immediatamente la presenza d’un eventuale scassinatore. Quegli strani tipi, infatti, son soliti cercare il denaro prima d’occuparsi dei libri. Con tre frasi concise ed esaurienti, aveva spiegato a Therese il meccanismo del prezioso mobile. Ed aveva aggiunto, con fare importante, che non v’era alcuna possibilità di eliminare il sibilo: nemmeno lui poteva farlo. Durante il giorno lei lo sentiva ogni volta che Kien cercava un manoscritto. La cosa la stupiva: quello strepito non sembrava infastidirlo. Alla sera lui riponeva tutte le sue carte, e fino alle otto di mattina lo scrittoio rimaneva muto. Quando rassettava, lei vi trovava sopra soltanto libri e carte ingiallite. Invano cercava fogli nuovi coperti della sua calligrafia. Era evidente che dalle sei e un quarto alle sette, per tre quarti d’ora, lui non lavorava affatto.

Descrizioni: Buzzati

Io non amo molto le descrizioni, il mio impulso è spesso di saltarle, a meno che non siano scritte più che bene. E forse per questo motivo apprezzo molto le descrizioni di uno scrittore che non è famoso per le descrizioni, anzi, ne era molto parco: Dino Buzzati. Riusciva, probabilmente grazie alla sua professione di giornalista, ad essere preciso e completo, a formare un’immagine e, specialmente, un’atmosfera usando poche parole semplici.

Da “Il deserto dei Tartari”.

Le terrazze della Fortezza erano bianche, così come la valle del sud e il deserto del settentrione. La neve copriva interamente gli spalti, aveva steso una fragile cornice lungo le merlature, precipitava con piccoli tonfi dalle gronde, si staccava ogni tanto dal fianco dei precipizi, per nessuna comprensibile ragione, e orribili masse rimbombavano nei canaloni fumando.

Non era la prima neve, ma la terza o la quarta, e stava ad indicare che parecchi giorni erano passati.

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Coinvolgimento: Proust

Secondo me Proust ha il genio di riuscire a coinvolgere il lettore in un modo totale. Tanti scrittori coinvolgono raccontando di azioni, di pericoli, di momenti di tensione; Proust coinvolge raccontando di sensazioni, di sentimenti minimi, di pensieri, e riesce a renderli così vivi che il lettore prova tutte le ansie, le inquietudini e le gioie del narratore. Non credo che sia possibile non provare la stessa pena del narratore quando pensa ad Albertine, o non immalinconirsi ai ricordi della nonna morta, perché i sentimenti narrati sono molto più veri e più vividi di quelli che proveremmo noi nelle medesime situazioni, un po’ come quando di fronte a un tramonto struggente si dice “che bello, sembra finto”.

Da “Alla ricerca del tempo perduto”.

A lungo, mi sono coricato di buonora. Qualche volta, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che non avevo il tempo di dire a me stesso: «Mi addormento».

E, mezz’ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi svegliava; volevo posare il libro che credevo di avere ancora fra le mani, e soffiare sul lume; mentre dormivo non avevo smesso di riflettere sulle cose che poco prima stavo leggendo, ma le riflessioni avevano preso una piega un po’ particolare; mi sembrava d’essere io stesso quello di cui il libro si occupava: una chiesa, un quartetto, la rivalità di Francesco I e Carlo V. Questa convinzione sopravviveva per qualche secondo al mio risveglio; non scombussolava la mia ragione, ma premeva come un guscio sopra i miei occhi impedendogli di rendersi conto che la candela non era più accesa.

 

Invenzioni: Perec

Il settore delle invenzioni potrebbe anche essere assegnato a Queneau, peraltro amico di Perec, però mentre Queneau ha una inventiva fredda, molto intellettuale, Perec ha un maggiore legame con la realtà, e specialmente un risultato molto più poetico. Appartiene al periodo in cui si cercavano nuove vie per creare letteratura, dove i giochi combinatori, di parole, di contenuti diventavano effettivamente parte dell’opera, e non solo l’infrastruttura su cui costruire il romanzo. Il piacere di leggere un libro inventivo è simile al piacere, da bambino, di ascoltare una favola nuova, e il gioco pirotecnico di Perec assomiglia alla descrizione di un drago di una favola russa: puro divertimento.

Da “La vita istruzioni per l’uso”.

Tentativo d’inventario di qualcuna delle cose che si sono trovate per le scale nel corso degli anni.

Molte fotografie, fra cui quella di una ragazza di quindici anni in mutandine da bagno nere e maglietta bianca, inginocchiata sulla spiaggia,

una sveglia-radio chiaramente destinata alla riparazione, in un sacchetto di plastica della Ditta Nicolas,

una scarpa nera ornata di brillanti,

una pianella di capretto dorato,

una scatola di pasticche per la tosse Géraudel,

una museruola,

un astuccio per sigarette di cuoio di Russia,

delle cinghie,

taccuini e agende varie,

un paralume cubico di carta metallizzata color bronzo, in un sacchetto proveniente da un negozio di dischi di rue Jacob,

una bottiglia di latte in un sacchetto della macelleria Bernard,

un’incisione romantica raffigurante Rastignac al Père-Lachaise, in un sacchetto del calzaturificio Weston,

una partecipazione – umoristica? – che annuncia il fidanzamento de Eleuthère de Grandair con il marchese de Granpré,

un foglio di carta rettangolare, formato 21 x 27, sul quale era minuziosamente disegnato l’albero genealogico della famiglia Romanov, incorniciato da un fregio di linee spezzate,

il romanzo di Jane Austen, Pride and Prejudice, nella collana Tauschnitz, aperto a pagina 86,

 

Atmosfera: Palaniuk

Palaniuk crea l’atmosfera dei suoi romanzi senza dare l’impressione di fare niente per farlo. Nessuna descrizione dell’ambiente, nessuna descrizione dei personaggi, niente viene fornito al lettore affinché si crei un’immagine dell’ambiente, delle persone, del mondo in cui si svolge il romanzo. Piena libertà alla fantasia. Eppure con pochi dialoghi, poche pennellate sparse di realtà riesce a guidare la fantasia del lettore dove vuole lui, ed è affascinante questo crearsi dal nulla, nella mente del lettore, di un mondo completo e coerente, seppure fantastico e irreale.

Da “Fight Club”.

Tyler mi trova un posto da cameriere, dopodiché c’è Tyler che mi caccia una pistola in bocca e mi dice che il primo passo per la vita eterna è che devi morire. Per molto tempo però io e Tyler siamo stati culo e camicia. La gente sempre a chiedermi se sapevo o no di Tyler Durden.

Con la canna della pistola schiacciata in fondo alla gola Tyler dice: “Non moriremo sul serio”.

Con la lingua sento i fori del silenziatore che abbiamo praticato nella canna della pistola. Il grosso del rumore di uno sparo è quello dei gas in espansione, poi c’è il piccolo bang ultrasonico che fa il proiettile per la grande velocità a cui viaggia. Per costruire un silenziatore basta aprire fori nella canna della pistola, un sacco di fori. Così il gas può uscire e il proiettile viene rallentato sotto la velocità del suono.

Sbagli a fare i fori e la pistola ti esplode nella mano.

“Questa non è una morte vera”, dice Tyler. “Saremo leggenda. Non invecchieremo.”

 

Punteggiatura: Gadda

Gadda usa la punteggiatura non come semplice mezzo per gestire le pause del periodo, ma è in grado di esprimere sentimenti, scarti del pensiero, ripensamenti, indecisioni eccetera. E poi, il divertimento di leggere e incappare in un due punti inaspettato, ma adeguato alla frase, è forse maggiore che il trovare una parola particolare e inattesa.

Da “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”.

Tutti oramai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po’ tozzo, di capelli neri e folti e crespati che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d’Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo detto “latino”, benché giovane (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne. La sua padrona di casa lo venerava, a non dire adorava: in ragione di e nonostante quell’arruffio strano d’ogni trillo e d’ogni busta gialla imprevista, e di chiamate notturne e d’ore senza pace, che formavano il tormentato contesto del di lui tempo.


Aggettivi: Borges

Generalmente gli aggettivi sono utilizzati per aggiungere sapore e per descrivere più precisamente ciò che è individuato dai sostantivi. In Borges sembra quasi il contrario: la sua prosa così ricca e barocca sembra sostenersi quasi unicamente sugli aggettivi immaginifici, mentre i sostantivi hanno quasi una posizione subordinata alla strabordante ricchezza dei primi.

Da “Storia universale dell’infamia”.

L’atroce redentore Lazarus Morell

La causa remota

Nel 1517 padre Bartolomé de Las Casas provò grande compassione per gli indiani che si sfinivano nei laboriosi inferni delle miniere d’oro delle Antille, e propose all’imperatore Carlo V l’importazione di negri che si sfinissero nei laboriosi inferni delle miniere d’oro delle Antille. A questa curiosa variazione di un filantropo dobbiamo infiniti eventi: i blues di Handy, il successo ottenuto a Parigi dal pittore e dottore uruguayano Pedro Figari, la buona prosa selvatica del pure uruguayano Vicente Rossi, la statura mitologica di Abraham Lincoln, i cinquecentomila morti della Guerra di Secessione, i tremilatrecento milioni spesi in pensioni militari, la statua dell’immaginario Falucho, l’inclusione del verbo linchar nella tredicesima edizione del Diccionario de la Academia, l’impetuoso film Hallelujah, la gagliarda carica alla baionetta guidata da Soler alla testa dei suoi «Negri e Mulatti» al Cerrito, [...]

 

Parole: Fenoglio

Scelgo Fenoglio per le parole perché con le sue invenzioni, i miscugli di più lingue, i neologismi ci ricorda che la letteratura è un gioco della fantasia, dove vale tutto, dove non ci si deve limitare o inibire, purché lo scritto rispecchi l’autore, il suo modo di essere, di vedere la vita. Perché l’unico modo nella scrittura, nell’arte, di realizzare qualcosa di valido è di mettersi all’interno dell’opera, sinceramente e senza bluffare.

Da “Il partigiano Johnny”.

- Che hai fatto? Tito non era affatto comunista, – disse Johnny a Némega, trampling insieme nel mud al cimitero. Gli si rivoltò con un bisbiglio sharp. – Non è la bandiera del suo reparto? E se alludi al pugno chiuso, non è il saluto riconosciuto del suo reparto? Sia chiaro che Tito è un morto garibaldino, è un morto comunista. La bandiera rossa avvolge legittimamente e debitamente il corpo d’un caduto comunista… – S’interruppe, perché erano ormai giunti alla freschissima fossa, sormontata a gambe larghe dall’atletico ed idiotico becchino del paese. La fine dell’accompagno era sopravvenuta fulminea, Johnny avrebbe voluto camminare all’infinito, praesente et movente cadavere.

Non starò qui a concludere dicendo che è ovvio che si cerchi di imparare qualcosa da ciascuno di questi scrittori, il genio non essendo però cosa che si possa imparare.

 

Bye bye MoTO

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Devo ancora ritornare sopra questa notizia a causa degli articoli che sono apparsi sui giornali. Ho visto delle sciocchezze estreme riportate sulla stampa, sembra che pur di riempire di inchiostro le pagine si possa (si debba) scrivere anche cose non verificate.

…e così Motorola se ne va, la domanda mi sorge spontanea: perché?  :-(   …di certo non per problemi economici, infatti leggendo i diversi giornali (ma prendendo con beneficio di inventario le notizie apparse), in questo articolo leggo come gli Enti Locali hanno pagato Motorola 11Milioni di euro in dieci anni.(GULP!)..in quest’altro leggo che la parte italiana è in forte attivo (almeno a me pare che 45 milioni sono un attivo di tutto rispetto :-) )

…e allora? Di che cosa stiamo discutendo? Ho paura di non avere capito tutto…

Possiedo un telefonino della motorola, non lo butto ma di certo quando lo cambierò mi ricorderò di come hanno trattato Torino.

Motorola non vola più…

Purtroppo ci siamo… A Torino Motorola ha annunciato forti tagli di personale, forse la chiusura. Non fa certo piacere, nove anni or sono, quando l’impegno di Motorola è iniziato si sperava ben altro…

La fonte di tutte le notizie è il quotidiano La Repubblica, in particolare la sezione di Torino in cui Diego Longhin sembra avere aggiornamenti sempre di prima mano. Ieri è uscito con questo articolo. Le notizie sono continuate oggi, si parla di vendita e/o di forte ridimensionamento. In questa pagina sempre dalla medesima testata viene evidenziato l’interessamento del Cardinale di Torino (?1?). Si può notare sulla parte destra della pagina il titolo: “La regione pronta a scendere in campo” (putroppo la pagina non si riesce ad aprire, quindi non so dare un giudizio…).

Il rischio è di disperdere il patrimonio di sapere accumulato in questi anni, spero vivamente che le istituzioni piemontesi comprendano fino in fondo il pericolo.

Motorolini subalpini :-( vi sono vicino e vi appoggio, il blog è a disposizione per riportare notizie e sviluppi della situazione.

W.I. a Carlo Cinato, le risposte alle vostre domande…

Di seguito potete leggere le risposte di Carlo alle vostre domande. Tutte tranne una, Carlo si è riservato del tempo per rispondere. @Wladimir dovrai aspettare ancora. Complimenti a tutti per le domande a Carlo, l’ho visto in difficoltà. Devo però anche dire che se l’è cavata con stile. Vi ricordo che siete ancora in tempo per il terzo round, queste sono le regole della WebIntervista.

Melchidesec
Ho una domanda per il vostro scrittore. Che cosa fa credere a Carlo che il mondo abbia bisogno dei suoi libri?
Caro Melchidesec, che cosa ti fa credere che io creda che il mondo ha bisogno dei miei libri? Io scrivo non perché il mondo abbia bisogno di ciò che scrivo, ma perché ne ho bisogno io.

Penso che sia normale che un appassionato di lettura e letteratura possa sentire a un certo punto il bisogno di scrivere qualcosa di suo. Nel mio caso le motivazioni sono state principalmente due: esprimere il mio bisogno di creare e il desiderio di conoscere la letteratura anche dal punto di vista di chi scrive. Il primo motivo è molto personale: ho bisogno di esprimere i miei sentimenti attraverso qualcosa di artistico: l’ho fatto per qualche tempo attraverso la pittura, la fotografia, ma trovo la scrittura più adatta a me. Il secondo motivo, conoscere qualcosa che mi piace anche dal punto di vista attivo, invece mi ha anche portato a studiare la musica e a tentare di imparare a suonare uno strumento, la fisarmonica, per conoscere meglio la musica: meglio conosci un argomento e più apprezzi certe finezze e costruzioni. Quindi le motivazioni per cui scrivo sono del tutto personali e indifferenti al fatto che qualcuno legga o apprezzi ciò che scrivo.

Probabilmente non sono un genio della letteratura (almeno da un punto di vista probabilistico questa è la dura realtà), e ho letto abbastanza da non avere pretese di potere inventare nulla di nuovo. Però penso di avere uno stile personale, di avere delle cose da dire, e ritengo di potere scrivere qualcosa e metterlo a disposizione di chi possa avere piacere di leggerlo: ci sono così tanti scrittori incapaci in giro per il mondo che la mia presenza non sarà certo uno scandalo.

Comunque, Melchidesec, non ho mai pubblicato alcun libro. E, a parte tutto, complimenti per il congiuntivo.


Gina91

Vorrei sapere dal curatore della Parolata xke ha deciso di fare il sito rosa ;-) lo kiedo xke e’ il mio colore preferito: e’ cosi’ romantico!!
Cara Gina91, il sito rosa è una specie di gioco che ho fatto con me stesso. Non esistono tanti siti rosa su internet, e in genere sono legati ad argomenti romantici tipo ragazzine col cuore infranto, oppure a fabbriche di bambole e simili. Quando ho deciso di fare un mio sito ho pensato che avrebbe dovuto avere un aspetto elegante, ma nello stesso tempo che sarebbe stato troppo facile farlo elegante usando il bianco e il grigio, o altri colori eleganti a priori. Così ho pensato che il mio sito sarebbe stato del colore più kitsch: il rosa. Avrei potuto anche farlo viola, anzi, un giorno o l’altro lo farò. Inoltre, il rosa era il colore che meno mi piaceva, al momento della scelta, però si trattava di un colore forte, con personalità e che si ricorda. Ora il rosa mi piace di più ed è diventato un simbolo della Parolata.


nn
Cosa è questa cosa del racconto a più mani? Come funziona?

Ciao nn, il racconto a più mani è un esperimento di scrittura collettiva che abbiamo provato a giocare qualche tempo fa tra i lettori della Parolata, ci ha divertito molto e l’abbiamo riproposto altre volte, ogni volta con alcune differenze. Si tratta di scrivere un romanzo in più persone, senza mettersi d’accordo precedentemente sulla trama e sul modo di svolgere la storia, quindi lasciando che ogni autore potesse scompaginare di volta in volta tutta l’impostazione precedente del romanzo.

Il primo tentativo (http://www.parolata.it/Letterarie/Giochi/Paeseritrovato/Paese.htm) è stato proposto da un nostro ottimo lettore, Piero Fabbri, che ha trascinato gli altri due autori: ogni capitolo era scritto da uno di noi, la trama era libera ma c’era l’obbligo di inserire dieci parole date all’interno di ogni capitolo (spesso delle parole abbastanza difficilmente inseribili in un romanzo, ad esempio nel decimo capitolo erano: ade, bungalow, capodimonte, caudino, cretico, fregio, lunatico, pastrano, romeo e tulle). Ciò che ne è uscito è stato una specie di romanzo giallo-nero, poi abilmente trasformato in gioco per i lettori dallo stesso vulcanico Piero.
Nel secondo esperimento (
http://www.parolata.it/Letterarie/Giochi/Infame.htm) abbiamo tentato la scrittura in forma di wiki, realizzando una immaginaria bibliografia commentata del libro di Borges “Storia universale dell’Infamia”. In questo caso ogni autore poteva (e può: la bibliografia è ancora in costruzione) scrivere brani più o meno lunghi di storie già iniziate, oppure iniziarne una nuova. Apparentemente l’esperimento è abortito per carenza di autori e, specialmente, perché non essendo assegnato alcun compito e limite temporale agli autori il tutto è un po’ passato in cavalleria. Prometto che in un futuro prossimo proverò a riesumare il tutto.
Nel terzo tentativo (http://www.parolata.it/Letterarie/Giochi/Esercizi/Esercizi.htm) era dato il primo capitolo (in realtà un mio racconto breve che lasciava ampie possibilità di evoluzioni successive), e i cinque autori che hanno partecipato dovevano scrivere a rotazione un capitolo senza ulteriori imposizioni di trama o altro.
Il quarto tentativo (http://www.parolata.it/Letterarie/Giochi/Briscola/Briscola.htm) è iniziato da poco e sono previsti una ventina di capitoli. A partire dal primo capitolo scritto da me, e da cinque personaggi del romanzo, i vari autori scriveranno i capitoli successivi essendo vincolati a seguire una trama molto vaga e a soddisfare alcune imposizioni: l’uso di parole, citazioni o simili all’interno del loro capitolo. L’intenzione è di verificare se, avendo un canovaccio di trama da seguire, il risultato sarà più coeso e meno frammentario degli esperimenti precedenti.

Ovviamente se qualche lettore di questo blog fosse interessato a partecipare alla scrittura sarebbe ben accetto sulla Parolata.

Lettrice compulsiva
Avrei una domanda per Carlo: vorrei sapere come compera i libri, cioè, se come me ne compera più di quelli che riuscirà poi a leggere e li accumula, o se li compera per leggerli subito, se ha la casa piena oppure no, se pratica book-crossing e così via.
Gentile compulsiva (Silvia ndr), in effetti spesso i lettori hanno un rapporto quasi morboso con i libri, ed è interessante farsi raccontare come si rapportano con loro. Io, da questo punto di vista non credo di essere un caso clinico particolarmente interessante. I libri li rispetto, ma non li idolatro; li curo, ma non ho con essi un rapporto possessivo; li condivido, ma non amo abbandonarli. Quindi ho un numero equo di libri non letti in casa: non amo comprarli dicendomi “prima o poi lo devo leggere questo libro”, perché so che per ogni libro c’è il momento buono e quallo meno buono, e se compro un libro è perché intendo leggerlo subito, non amo abbandonarlo sulla libreria, perché so quanto soffre un libro ad essere trascurato.

A me piace molto prendere in prestito i libri in biblioteca: mi dà un senso di libertà potere scegliere tra migliaia di libri, prenderli, leggerli e riportarli, senza averli poi in giro per casa per il resto della vita a occupare spazio e prendere polvere sugli scaffali. O magari prenderli e restituirli, senza averli nemmeno aperti; o prenderli e abbandonarli dopo una pagina, restituendoli con l’intenzione di non rivederli mai più oppure con la promessa di riprovarci in futuro. Il risultato è che ho letto molti più libri di quelli che si possono trovare in casa mia.

Poi ci sono i libri che per qualche motivo ho voluto comprare: perché sono belli, da un punto di vista estetico (della collana dei Meridiani della Mondadori, oppure i libri Adelphi), tattile (di nuovo i Meridiani e Bompiani) o di contenuti (Dostoevskij, Lovecraft, Musil e chissà quanti altri), oppure perché sono rari e difficilmente trovabili in biblioteca (Cortazar, Perec, Pale fire di Nabokov), o semplicemente perché volevo tenerli vicino a me, per poterli consultare in qualsiasi momento (Hofstadter, la Bibbia, Kafka, Buzzati, Canetti). E compro i libri di scrittura, di semiologia, di narratologia, di grammatica inglese, insomma, libri di studio.

Il book-crossing lo trovo una bellissima idea, un modo divertente per lasciare liberi i libri di fare le proprie esperienze, e di farle fare ai lettori, ma non l’ho mai praticato.

Lo so, c’è ancora una domanda a cui rispondere, di Wladimir, ma quella è una domanda complessa, che necessita di un numero speciale della Web intervista, vero Andrea?

Assolutamente si, Carlo. Come ho già accennato la risposta è dovuta. Wladimir sarà paziente ma pretende una risposta, nel round 3…

A Nizza il tram si è liberato dai fili (parzialmente)

Il Tram può essere innovativo?

La risposta è ovviamente sì :-) , nel corso di questo post cercherò di spiegare come….

Ci siamo recati a Nizza in Francia in visita ad amici, un fine settimana con un sole decisamente caldo per ottobre, cielo terso e senza nubi. La passeggiata in centro è piacevole, Place Massena è stata completamente ridisegnata ed in mezzo adesso ci passa un tram (la linea 1, per alleggerire il traffico sempre difficoltoso in questa città parcheggiare è da delirio), la cosa strana sapete qual’è? In mezzo alla piazza non ci sono fili per aria!!

Mi spiego meglio: non ci sono i brutti, antipatici ma necessari fili in aria che alimentano i motori elettrici del tram!! È un tram che ha le batterie e per tratti brevi (piazze e slarghi) può evitare di utilizzare la distribuzione aerea dell’elettricità.

Ovviamente il modello di tram è molto stiloso ed innovativo (in altre parole sembra una supposta…) ma la cosa fondamentale è che ci sono le batterie che alimentano il tram nei tratti privi di copertura.

Sono rimasto stupito e immagino Piazza Vittorio Veneto senza i fili per aria. Oppure Piazza Castello. Ci sono tantissimi posti in Torino che guadagnerebbero in bellezza da una innovazione relativamente semplice: delle batterie tampone sui tram. Possibile che nessuno ci abbia pensato a Torino?

Inoltre il tram slegato parzialmente è una linea di metropolitana leggera che funziona: all’arrivo del tram i semafori scattano sul verde come soldatini. Le macchine si fermano ed il trasporto pubblico ne guadagna. Per chi conosce il francese può leggere il sito http://www.tramway-nice.org/ che descrive il servizio e le caratteristiche. Oppure si può andare anche su WikiPedia, dove è tutto descritto in inglese http://en.wikipedia.org/wiki/Tramway_de_Nice.

Se non ne avete voglia potete guardare la piccola galleria di foto che ho personalmente scattato (con la nuova olympus di Cris  :-)    )

PS non ho preso il tram, è stato molto più bello vederlo dall’esterno. Dentro è solo un tram!

WebIntervista: Carlo Cinato (seconda parte)

Ed ecco a voi la seconda ed ultima parte della WebIntervista a Carlo Cinato.

In Italia si legge abbastanza?

È una domanda retorica, questa. E per spirito di contraddizione io alle domande retoriche non dò mai la risposta attesa. Quindi sì, in Italia si legge abbastanza. Forse è una leggenda il fatto che la gente all’estero legga tantissimo, o forse non lo è, ma è anche importante vedere che cosa legge. È vero che a Londra incontri molti che leggono sui vagoni della metropolitana, molto spesso però si tratta del Codice da Vinci o di libri economici improponibili. Leggere di per sé non è positivo, come guardare la televisione non è negativo.

Io penso che in Italia la gente sia sufficientemente libera da potere decidere se leggere oppure no, chi è davvero interessato a leggere lo fa e lo farà comunque, anche se non è di moda; e chi non legge, per qualsiasi motivo, vorrà dire che avrà più tempo per fare cose che gli danno più soddisfazioni.

Per concludere, alla Fiera dal Libro di Torino ci sono sempre folle di persone, e così in qualsiasi mercatino del libro, e anche le biblioteche, non sono vuote. Non sarà, forse, che le lamentele nascono da chi pubblica troppi libri, e quindi troppi libri brutti, che poi non riesce a vendere? (Ecco, ho fatto una domanda retorica anch’io).

Ancora riguardo l’iniziativa web di cui sei il Direttore e l’ideatore, che cosa ci riservate per il futuro?

Sono solo curatore, non mi hanno ancora promosso direttore. Dal lato delle rubriche non ho idea di cosa arriverà in futuro: le rubriche nascono da intuizioni estemporanee o da suggerimenti dei lettori, o più spesso da un titolo divertente a cui poi si associano dei contenuti, quindi non è predicibile cosa capiterà. Sicuramente bisognerà studiare qualche iniziativa per il decennale della nascita della newsletter, che cadrà ad agosto 2009, anche se i festeggiamenti saranno svincolati da quella data. Chi ha detto che il decennale deve essere festeggiato al compimento dei dieci anni? A brevissimo, quindi, inizierà la scrittura di un nuovo racconto a più mani. Sarà qualcosa di un po’ più ambizioso dei racconti realizzati finora, sto mettendo a punto gli ultimi particolari dopodiché verrà lanciato sul sito. Ovviamente chi fosse interessato dei tuoi lettori è invitato a partecipare, se non alla scrittura, almeno alla lettura.

Sul fronte letterario, poiché il sito della Parolata è uno specchietto delle allodole per attirare visitatori e poi propinare loro i miei scritti, sto studiando da un po’ di tempo quelli che vengono chiamati iperromanzi, o i romanzi ipertestuali, e sto appunto scrivendo un romanzo ipertestuale multimediale. Quando sarà terminato verrà pubblicato sul sito e sarà leggibile gratuitamente: vi farò sapere quando sarà disponibile.

10 righe per invogliare il lettore a visitare il Vostro sito “www.parolata.it”

Fare pubblicità a me stesso non mi viene mai particolarmente bene, preferisco mantenere un profilo basso. Riciclerò quindi il motto del sito, che è ben più corto di dieci righe.

La Parolata, sedicente sito di cultura. Dove si tratta di lingua italiana, di cose varie e divertenti e si pubblicano scritti.

Nel Vostro sito ci sono anche i premi, ma sono veri? :-)

Scherzi? I nostri premi sono i più ricercati su internet. In genere si tratta di pregevoli manufatti realizzati in materiale malacologico da valenti artigiani specializzati di tutta Italia, ma anche produzioni differenti in polimeri sintetici o pregiate leghe metalliche, e che i vincitori espongono nei luoghi più frequentati di casa o del posto di lavoro. Sul sito c’è una pagina con l’elenco dei premi distribuiti nei vari concorsi, i vincitori hanno spesso voluto inviare una fotografia che ritraesse il premio nel suo habitat naturale.

Era l’ultima domanda? Mi sono divertito, si trattava della mia prima webintervista ed è stata molto piacevole. Grazie Andrea, o devo chiamarti Andy the Yorker?

….ebbene si, maledetto cinalski mi hai scoperto un’altra volta…. Andy the Yorker ha l’impegno di tornare a scrivere per la tua newsletter, appena avrà l’ispirazione….

Grazie Ancora Carlo per la tua disponibilità e gentilezza, in bocca al lupo per le tue iniziative culturali. Se ne sente un gran bisogno :-)

Trattoria della vigna, la spesa sotto casa

Una domenica di fine settembre è una buona occasione per trovare un buon ristorante. Se poi la domenica è anche soleggiata e tiepida come quella appena trascorsa l’occasione è doppia. Il ristorante scelto è la trattoria della vigna. Avevo vagamente sentito una presentazione da parte di Paolini su Radio24Il Gastronauta” di un ristorante nei pressi di Torino famoso per la filosofia spesa a km 0.

Sono stato fortunato, ho avviato una ricerca su google con le parole vigna e slow food e voilà mi si presenta il sito del ristorante. Nella home page sono ritratti i titolari, quello che ha servito ed illustrato la loro “mission” (si ha usato proprio questo termine, sono convinto che è lui che ha avuto l’idea di fare il sito internet…) è il signore sulla destra.

Il ristorante, come descritto nel sito, è ambientato in una vecchia cascina tipica piemontese, ma appena si entra ecco la prima sorpresa: l’ambientazione è decisamente sul moderno, funzionale quasi freddo. Il tutto però si scioglie quando si puo ammirare, attraverso le ampie vetrate, il parco comunale della cascina Vigna. Il cibo è importante ma anche l’ambientazione e la luce lo sono, giusto?

Ma veniamo al menù: l’offerta ha un taglio decisamente piemontese (del resto il motto è km0) ma lo chef Bruno Boscolo si ingegna per aggiungere una variante una ricercatezza che ti incuriosisce e ti invita ad assaggiare il piatto con un taglio decisamente innovativo.

Per far capire meglio posso citare ciò che ho assaggiato, nell’ordine:

  • l’antipasto: quaglia con mosto di vino.
  • Il primo: risotto, presentato in un peperone quadrato di Carmagnola.
  • Il secondo: filetto di fassone con verdure grigliate. Quì devo segnalare una ulteriore sorpresa: 4 diversi tipi di olio e 4 diversi tipi di sale. Olio dal più delicato ligure al più intenso pugliese (…lo so, non è proprio a km0 ma abitiamo in piemonte…). Il sale: lo sapevate che il sale di Trapani è totalmente diverso dal sale della Camargue (si ok di nuovo non km0, e di nuovo scrivo che viviamo in piemonte…) e per accompagnare il filetto di sali ne hanno proposti ben 4 diversi ;-)
  • Il dolce: il bunet (classicissimo) ma con l’aggiunta del cardamomo, di nuovo un aspetto innovativo
  • Il vino: solo un calice di nebbiolo rotondo e corposo, devo guidare uffa…

Alla fine consiglio la passeggiata nel parco, magari con un bel gelato della stessa trattoria.

Questo ristorante ci ha stupito in positivo, chissà se potessi WebIntervistare lo Chef magari si potrebbe tutti imparare a volerci più bene, mangiando meglio :-)

Il costo, anche questo aspetto è importate: a partire da 30 € ben spesi. Nel caso doveste provarlo, buon appetito.

WebIntervista: Carlo Cinato, direttore de “La Parolata” (prima parte)

Siamo finalmente al debutto della WebIntervista nel blog ristrutturato.

Il logo è quello giusto, cioè quello de “La Parolata“. La scenografia è a posto.

L’intervista è divisa in due parti, la seconda parte sarà pubblicata il primo di ottobre.

Prima di leggere la WebIntervista permettetemi di ringraziare Carlo per la sua disponibilità e gentilezza, hanno dato un tocco di cultura in più a queste pagine sconfusionate.

Bando alle ciance ecco come Carlo vede il suo mondo.

Ciao Carlo, ci vuoi parlare di te e della tua iniziativa a favore della cultura, come è nata come si articola?

Ciao Andrea, e ciao a tutti i tuoi lettori. Parlare di me? Magari no. Mi piace rimanere nascosto dietro il sito, anche se saltuariamente ho degli eccessi di egocentrismo: c’è una sezione del sito dedicata alla mia biografia, anzi alle mie biografie: al momento sono sette, tutte diverse e tutte rigorosamente vere. Rimanderei perciò i più curiosi alla pagina apposita. Parlare della mia iniziativa invece sì, sono qui per questo. Non spingerei troppo sulla parola “cultura”, però, mette sempre un po’ di soggezione. Il mio è un sedicente sito di cultura, nulla di più.

Tutto è nato dal mio timore di dimenticare a poco a poco la lingua italiana, o meglio, di lasciarmi trascinare dall’ambiente circostante ad un uso sempre più scialbo e piatto della lingua. Per questo motivo decisi anni fa di studiare una parola al giorno dal dizionario. Conoscendo la mia scarsa propensione a impegnarmi continuativamente in qualche attività mi accordai con dei colleghi: avrei inviato loro quotidianamente la parola oggetto di studio con la relativa definizione, in questo modo svergognandomi pubblicamente in caso avessi rinunciato all’impresa. L’idea piacque e altre persone si aggregarono alla neonata lista “La parola rivelata”. Dopo qualche tempo un iscritto, Riccardo Lancioni, iniziò a scimmiottare le mie mail, e inventò “La parola rovinata”: inviava agli iscritti anche lui una parola al giorno, ma le definizioni erano inventate e divertenti. La prima parola rovinata è stata: Oblioterare – Dimenticarsi di timbrare il biglietto ferroviario. Nacque poi il primo concorso: veniva proposto un inizio di romanzo alla settimana e i lettori dovevano indovinare il libro (poco dopo Google ha reso impossibile giocare con gli incipit dei libri: li indovinava tutti). Infine un altro collaboratore si è aggiunto alla newsletter, Andy the Yorker, forse ne avete sentito parlare; la sua rubrica trattava di curiosità della lingua inglese, frasi celebri, frasi sbagliate e informazioni varie. A questo punto c’erano tutti gli ingredienti: la lingua italiana, i giochi, il divertimento, la letteratura, si è solo trattato di proseguire e aggiungere nuove idee, nuovi lettori e nuovi contributori, senza mai risparmiare.

Il sito de “La parolata” offre diversi spunti per allenare ed incuriosire sul tema lingua italiana. Ci vuoi parlare delle rubriche cui sei più legato?

Per natura sono incuriosito dalle cose strane, eventualmente anche brutte, e dalle cose fantasiose, quindi anche le rubriche a cui sono più legato seguono questa linea. Andiamo per ordine.

Tra le cose strane ci sono gli elenchi etimologici, frutto di vari concorsi tra i lettori che hanno costruito letteralmente gli elenchi. Sono centinaia di parole derivate da nomi di persone, da luoghi, da animali o da marchi, che spesso sono utilizzate senza che sia nota la loro derivazione, e ci sono molte sorprese divertenti. Ad esempio la borsa, il mercato azionario, non deriva il suo nome dalla borsa dove si tengono i soldi ma dalla famiglia Van der Beurse; la nota do deriva dal nome del musicologo Giovanni Battista Doni, i proiettili dum-dum derivano dalla città indiana Dumdum dove furono fabbricati la prima volta, la chiave a brugola è un marchio registrato e si chiama così da Egidio Brugola, il suo inventore.

Una rubrica strana ma anche brutta e di cui vado molto fiero è “La sai l’ultima!”, una raccolta di barzellette, non le barzellette divertentissime che i siti sbandierano orgogliosi, ma le barzellette che tutti conoscono, come: “qual è il colmo per un falegname? Avere la moglie scollata”. Anche questa rubrica è frutto di un concorso tra il lettori.

Tra le cose fantasiose quelle che più mi soddisfano sono i racconti scritti a più mani, il primo è stato “Il paese ritrovato”: un racconto nero scritto con Piero Fabbri e Francesca Ortenzio, un capitolo a testa e con l’imposizione di dovere utilizzare nel capitolo dieci parole dell’elenco di parole derivate da nomi di luoghi.

E poi i concorsi sui libri: “Le storie ribollite” e “Molti libri per nulla”, il primo è già terminato mentre il secondo concorso è nel suo periodo di massima attività e lo sarà ancora per abbastanza tempo. Si tratta per i lettori di indovinare le storie o i libri che si celano dietro pochi indizi o dietro una riscrittura della storia. È molto divertente per me preparare gli indizi e, credo, per i lettori giocarci.

In definitiva, comunque, le rubriche che prediligo sono quelle dove si sviluppa una buona partecipazione dei lettori, perché uno degli scopi principali del sito e della newsletter è di conoscere gente interessante.

Secondo te in Italia di quale tipo di cultura c’è bisogno?

Siamo solo alla terza domanda e l’intervista sta diventando più difficile del previsto. Non lo so, o meglio, non so se ci sono diversi tipi di cultura, e non so se un popolo possa decidere di incrementare un tipo di cultura a scapito di un altro. Credo che la cultura, come l’arte, sia un tutt’uno: non c’è differenza tra pittura, musica, architettura, letteratura: sono tutte manifestazioni del desiderio dell’uomo di fare qualcosa di nuovo, di bello e di condividerlo con gli altri. Da questo punto di vista la domanda non ha risposta.

Allargando un po’ il discorso, invece, quello che mi sento di dire è: in Italia c’è bisogno tantissimo di più cultura del rispetto per gli altri. Se aumentasse sarebbe sicuramente un bene per tutti.

Non ho risposto alla domanda, vero?

Continua mercoledì 1 ottobre 2008