W.I. a Carlo Cinato, terzo round: la risposta per Wladimir

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Wladimir
Gentile signor Cinato,
ho apprezzato molto i libri che ha consigliato, in particolar modo quello di Perec: lo conoscevo solo di fama e devo dire che per me è stata davvero una piacevole scoperta.
Vorrebbe forse soddisfare una mia curiosità? Se lei potesse costruire un mostro, un Frankestein scrittore, quali parti di quali scrittori vorrebbe assemblare per ottenere il miglior risultato?

 

Buongiorno Wladimir, chiedo perdono per averla fatta attendere ma la domanda era complessa e interessante, e ho avuto bisogno di pensare un po’ di tempo per trovare una risposta: non avevo mai pensato a scomporre gli autori in singole parti, li avevo sempre visti come un insieme omogeneo di caratteristiche non separabili. La conseguenza di questa premessa è che un autore realizzato montando caratteristiche estrapolate da altri scrittori sarebbe, appunto, un mostro, dove l’insieme non risulterebbe omogeneo ma discordante e non armonico.

Ma l’esercizio è interessante, quindi non mi tiro indietro. Ciò che è riportato di seguito fa riferimento alla scrittura in italiano, quindi con l’intervento del traduttore per gli autori stranieri, poiché io i libri prevalentemente li leggo in italiano. Tra le tante possibili suddivisioni in pezzi della letteratura ho scelto: i dialoghi, la pulizia di scrittura, le descrizioni, il coinvolgimento, le invenzioni, l’atmosfera, la punteggiatura, gli aggettivi e le parole. Per ogni argomento ho riportato un brano dell’autore che mi sembrava esemplificativo di ciò che intendo.

 

Dialoghi: Hemingway.

Senza dubbio Hemingway ha una capacità di costruire i dialoghi che pochi altri hanno. Non si tratta di dialoghi che si potrebbero ascoltare nella vita reale, così indefiniti e sghembi, nel senso che domanda e risposta non sono mai contrapposti, ma sono sempre un andare in un luogo diverso da quello che avrebbe voluto l’interlocutore. Eppure, sulla pagina, sono reali, suonano perfetti e, specialmente, sono più interessanti dei dialoghi reali.

Da “Colline come elefanti bianchi”.

Questa stava guardando lontano, attraverso le colline. Erano bianche nel sole e la campagna era arsa e bruciata.

- Sembrano degli elefanti bianchi, – essa disse.

- Non ne ho mai visti. – L’uomo bevve la sua birra.

- No. Non avresti potuto.

- Sì che avrei potuto, – disse l’uomo. – Il fatto che tu dica che non avrei potuto non significa niente.

La ragazza guardò la tenda di grani di bambù.

- Ci hanno scritto sopra qualcosa, disse, – che vuol dire?

- Anís del Toro. È una bibita.

- La proviamo?

- L’uomo gridò: – Senta, per favore, – attraverso la tenda. La donna uscì dal bar.

- Quattro reales.

- Desideriamo due Anís del Toro.

- Con acqua?

- Li vuoi con l’acqua?

- Non so, – rispose la ragazza. – Sono buoni con l’acqua?

- Buonissimi.

- Allora, li volete con l’acqua? – chiese la donna.

- Sì, con l’acqua.

- Sa di liquirizia, – disse la ragazza e posò il bicchiere.

- Tutto ha questo sapore.

- Sì, – disse la ragazza, – tutto sa di liquirizia. Specialmente tutto ciò che si è atteso tanto a lungo, come l’assenzio.

- Oh, piantala.

 

Pulizia di scrittura: Canetti

Non so neanche io bene cosa significhi questa categoria, ma la legherei alla scorrevolezza del testo, alla capacità dello scrittore di dare un ritmo alle frasi, alla sequenza dei pensieri. La scrittura di Canetti, pur non essendo facile né di contenuti semplici, risulta estremamente nitida e precisa.

Da “Auto da fé”.

Dentro, lo scuro, pesante colosso, era pieno fino al scoppiare di manoscritti e fuori era sovraccarico di libri. Spostando, sia pure con la massima cautela, uno qualunque dei cassetti, si provocava un sibilo acuto. Pur detestando il chiasso, Kien non aveva voluto togliere quel dispositivo al vecchissimo oggetto di famiglia perché la governante, qualora lui non fosse in casa, potesse avvertire immediatamente la presenza d’un eventuale scassinatore. Quegli strani tipi, infatti, son soliti cercare il denaro prima d’occuparsi dei libri. Con tre frasi concise ed esaurienti, aveva spiegato a Therese il meccanismo del prezioso mobile. Ed aveva aggiunto, con fare importante, che non v’era alcuna possibilità di eliminare il sibilo: nemmeno lui poteva farlo. Durante il giorno lei lo sentiva ogni volta che Kien cercava un manoscritto. La cosa la stupiva: quello strepito non sembrava infastidirlo. Alla sera lui riponeva tutte le sue carte, e fino alle otto di mattina lo scrittoio rimaneva muto. Quando rassettava, lei vi trovava sopra soltanto libri e carte ingiallite. Invano cercava fogli nuovi coperti della sua calligrafia. Era evidente che dalle sei e un quarto alle sette, per tre quarti d’ora, lui non lavorava affatto.

Descrizioni: Buzzati

Io non amo molto le descrizioni, il mio impulso è spesso di saltarle, a meno che non siano scritte più che bene. E forse per questo motivo apprezzo molto le descrizioni di uno scrittore che non è famoso per le descrizioni, anzi, ne era molto parco: Dino Buzzati. Riusciva, probabilmente grazie alla sua professione di giornalista, ad essere preciso e completo, a formare un’immagine e, specialmente, un’atmosfera usando poche parole semplici.

Da “Il deserto dei Tartari”.

Le terrazze della Fortezza erano bianche, così come la valle del sud e il deserto del settentrione. La neve copriva interamente gli spalti, aveva steso una fragile cornice lungo le merlature, precipitava con piccoli tonfi dalle gronde, si staccava ogni tanto dal fianco dei precipizi, per nessuna comprensibile ragione, e orribili masse rimbombavano nei canaloni fumando.

Non era la prima neve, ma la terza o la quarta, e stava ad indicare che parecchi giorni erano passati.

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Coinvolgimento: Proust

Secondo me Proust ha il genio di riuscire a coinvolgere il lettore in un modo totale. Tanti scrittori coinvolgono raccontando di azioni, di pericoli, di momenti di tensione; Proust coinvolge raccontando di sensazioni, di sentimenti minimi, di pensieri, e riesce a renderli così vivi che il lettore prova tutte le ansie, le inquietudini e le gioie del narratore. Non credo che sia possibile non provare la stessa pena del narratore quando pensa ad Albertine, o non immalinconirsi ai ricordi della nonna morta, perché i sentimenti narrati sono molto più veri e più vividi di quelli che proveremmo noi nelle medesime situazioni, un po’ come quando di fronte a un tramonto struggente si dice “che bello, sembra finto”.

Da “Alla ricerca del tempo perduto”.

A lungo, mi sono coricato di buonora. Qualche volta, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che non avevo il tempo di dire a me stesso: «Mi addormento».

E, mezz’ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi svegliava; volevo posare il libro che credevo di avere ancora fra le mani, e soffiare sul lume; mentre dormivo non avevo smesso di riflettere sulle cose che poco prima stavo leggendo, ma le riflessioni avevano preso una piega un po’ particolare; mi sembrava d’essere io stesso quello di cui il libro si occupava: una chiesa, un quartetto, la rivalità di Francesco I e Carlo V. Questa convinzione sopravviveva per qualche secondo al mio risveglio; non scombussolava la mia ragione, ma premeva come un guscio sopra i miei occhi impedendogli di rendersi conto che la candela non era più accesa.

 

Invenzioni: Perec

Il settore delle invenzioni potrebbe anche essere assegnato a Queneau, peraltro amico di Perec, però mentre Queneau ha una inventiva fredda, molto intellettuale, Perec ha un maggiore legame con la realtà, e specialmente un risultato molto più poetico. Appartiene al periodo in cui si cercavano nuove vie per creare letteratura, dove i giochi combinatori, di parole, di contenuti diventavano effettivamente parte dell’opera, e non solo l’infrastruttura su cui costruire il romanzo. Il piacere di leggere un libro inventivo è simile al piacere, da bambino, di ascoltare una favola nuova, e il gioco pirotecnico di Perec assomiglia alla descrizione di un drago di una favola russa: puro divertimento.

Da “La vita istruzioni per l’uso”.

Tentativo d’inventario di qualcuna delle cose che si sono trovate per le scale nel corso degli anni.

Molte fotografie, fra cui quella di una ragazza di quindici anni in mutandine da bagno nere e maglietta bianca, inginocchiata sulla spiaggia,

una sveglia-radio chiaramente destinata alla riparazione, in un sacchetto di plastica della Ditta Nicolas,

una scarpa nera ornata di brillanti,

una pianella di capretto dorato,

una scatola di pasticche per la tosse Géraudel,

una museruola,

un astuccio per sigarette di cuoio di Russia,

delle cinghie,

taccuini e agende varie,

un paralume cubico di carta metallizzata color bronzo, in un sacchetto proveniente da un negozio di dischi di rue Jacob,

una bottiglia di latte in un sacchetto della macelleria Bernard,

un’incisione romantica raffigurante Rastignac al Père-Lachaise, in un sacchetto del calzaturificio Weston,

una partecipazione – umoristica? – che annuncia il fidanzamento de Eleuthère de Grandair con il marchese de Granpré,

un foglio di carta rettangolare, formato 21 x 27, sul quale era minuziosamente disegnato l’albero genealogico della famiglia Romanov, incorniciato da un fregio di linee spezzate,

il romanzo di Jane Austen, Pride and Prejudice, nella collana Tauschnitz, aperto a pagina 86,

 

Atmosfera: Palaniuk

Palaniuk crea l’atmosfera dei suoi romanzi senza dare l’impressione di fare niente per farlo. Nessuna descrizione dell’ambiente, nessuna descrizione dei personaggi, niente viene fornito al lettore affinché si crei un’immagine dell’ambiente, delle persone, del mondo in cui si svolge il romanzo. Piena libertà alla fantasia. Eppure con pochi dialoghi, poche pennellate sparse di realtà riesce a guidare la fantasia del lettore dove vuole lui, ed è affascinante questo crearsi dal nulla, nella mente del lettore, di un mondo completo e coerente, seppure fantastico e irreale.

Da “Fight Club”.

Tyler mi trova un posto da cameriere, dopodiché c’è Tyler che mi caccia una pistola in bocca e mi dice che il primo passo per la vita eterna è che devi morire. Per molto tempo però io e Tyler siamo stati culo e camicia. La gente sempre a chiedermi se sapevo o no di Tyler Durden.

Con la canna della pistola schiacciata in fondo alla gola Tyler dice: “Non moriremo sul serio”.

Con la lingua sento i fori del silenziatore che abbiamo praticato nella canna della pistola. Il grosso del rumore di uno sparo è quello dei gas in espansione, poi c’è il piccolo bang ultrasonico che fa il proiettile per la grande velocità a cui viaggia. Per costruire un silenziatore basta aprire fori nella canna della pistola, un sacco di fori. Così il gas può uscire e il proiettile viene rallentato sotto la velocità del suono.

Sbagli a fare i fori e la pistola ti esplode nella mano.

“Questa non è una morte vera”, dice Tyler. “Saremo leggenda. Non invecchieremo.”

 

Punteggiatura: Gadda

Gadda usa la punteggiatura non come semplice mezzo per gestire le pause del periodo, ma è in grado di esprimere sentimenti, scarti del pensiero, ripensamenti, indecisioni eccetera. E poi, il divertimento di leggere e incappare in un due punti inaspettato, ma adeguato alla frase, è forse maggiore che il trovare una parola particolare e inattesa.

Da “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”.

Tutti oramai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po’ tozzo, di capelli neri e folti e crespati che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d’Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo detto “latino”, benché giovane (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne. La sua padrona di casa lo venerava, a non dire adorava: in ragione di e nonostante quell’arruffio strano d’ogni trillo e d’ogni busta gialla imprevista, e di chiamate notturne e d’ore senza pace, che formavano il tormentato contesto del di lui tempo.


Aggettivi: Borges

Generalmente gli aggettivi sono utilizzati per aggiungere sapore e per descrivere più precisamente ciò che è individuato dai sostantivi. In Borges sembra quasi il contrario: la sua prosa così ricca e barocca sembra sostenersi quasi unicamente sugli aggettivi immaginifici, mentre i sostantivi hanno quasi una posizione subordinata alla strabordante ricchezza dei primi.

Da “Storia universale dell’infamia”.

L’atroce redentore Lazarus Morell

La causa remota

Nel 1517 padre Bartolomé de Las Casas provò grande compassione per gli indiani che si sfinivano nei laboriosi inferni delle miniere d’oro delle Antille, e propose all’imperatore Carlo V l’importazione di negri che si sfinissero nei laboriosi inferni delle miniere d’oro delle Antille. A questa curiosa variazione di un filantropo dobbiamo infiniti eventi: i blues di Handy, il successo ottenuto a Parigi dal pittore e dottore uruguayano Pedro Figari, la buona prosa selvatica del pure uruguayano Vicente Rossi, la statura mitologica di Abraham Lincoln, i cinquecentomila morti della Guerra di Secessione, i tremilatrecento milioni spesi in pensioni militari, la statua dell’immaginario Falucho, l’inclusione del verbo linchar nella tredicesima edizione del Diccionario de la Academia, l’impetuoso film Hallelujah, la gagliarda carica alla baionetta guidata da Soler alla testa dei suoi «Negri e Mulatti» al Cerrito, [...]

 

Parole: Fenoglio

Scelgo Fenoglio per le parole perché con le sue invenzioni, i miscugli di più lingue, i neologismi ci ricorda che la letteratura è un gioco della fantasia, dove vale tutto, dove non ci si deve limitare o inibire, purché lo scritto rispecchi l’autore, il suo modo di essere, di vedere la vita. Perché l’unico modo nella scrittura, nell’arte, di realizzare qualcosa di valido è di mettersi all’interno dell’opera, sinceramente e senza bluffare.

Da “Il partigiano Johnny”.

- Che hai fatto? Tito non era affatto comunista, – disse Johnny a Némega, trampling insieme nel mud al cimitero. Gli si rivoltò con un bisbiglio sharp. – Non è la bandiera del suo reparto? E se alludi al pugno chiuso, non è il saluto riconosciuto del suo reparto? Sia chiaro che Tito è un morto garibaldino, è un morto comunista. La bandiera rossa avvolge legittimamente e debitamente il corpo d’un caduto comunista… – S’interruppe, perché erano ormai giunti alla freschissima fossa, sormontata a gambe larghe dall’atletico ed idiotico becchino del paese. La fine dell’accompagno era sopravvenuta fulminea, Johnny avrebbe voluto camminare all’infinito, praesente et movente cadavere.

Non starò qui a concludere dicendo che è ovvio che si cerchi di imparare qualcosa da ciascuno di questi scrittori, il genio non essendo però cosa che si possa imparare.

 

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